
One.
(Source: raw-sensual-passion)

Camminavo conservando tra le mani le lacrime che avevo versato pestando i piedi sulle rocce. Ogni passo era un gemito disperato che illudeva al mio essere totalmente disarmata. Una sentinella solitaria in mezzo a cumuli di bugie, incrostazioni di ricordi e barlumi di inconsistenza. Mi perdevo con facilità tra i percorsi simili a tanti altri che si allungavano al di là del ponte, composto da barre di legno fragili e in frantumi.
Agognavo a sentire pulsare il tuo cuore a contatto col mio, ascoltarti ansimare come dopo una corsa, abbracciare le tue membra scosse dopo un amplesso durato secondi, minuti, ore incalcolabili. Ambivo a sentirmi appartenere alla realtà dei fatti, non solo al castello di illusioni che continuavo a trascinare tra meteore che si spengono troppo presto e bizzarri carrozzoni pieni di guai. Desideravo ascoltare il silenzio appollaiato tra le tue parole, quelle che sussurravi a contatto con la brezza, quelle che avevi paura di urlare perché avrebbero spezzato le tue insicurezze.
Verificavo le nuove traiettorie che mi avrebbero allontanato da quel punto, quel punto delimitato dalle intersezioni tra le nostre due vite, quelle che avevamo faticato tanto a trovare e a custodire, tra miraggi e treni che si allontanano alla velocità della luce. Volevo la consistenza di un numero pari, che se lo spezzi a metà, ha ancora un senso. Ritrovarmi a sospirare tra le dune di fuoco che attanagliano la mia esistenza, generando dubbi che si moltiplicano in modo impressionante lasciandomi fragile e indisposta.
“Look, I know you think we should call it, but I don’t want to give up on this, even if we don’t know what this is. I want to uncall it. Please can we uncall it? Before you say no… Don’t say no.”